Lost Odyssey: la recensione

Lost Odyssey: la recensione

Un passato lungo ben mille anni emerge dai sogni a poco a poco, mentre con Kaim Argonar e i suoi compagni affrontiamo un’odissea lunga quattro DVD in un turbinio di emozioni, amicizie, amori, tradimenti e colpi di scena.

Lost Odyssey è un classico gioco di ruolo giapponese (jRPG per gli amici) che non fa nulla per nascondere le sue origini, a partire dallo sviluppo della trama rigorosamente prestabilita (nessuna scelta morale in stile Mass Effect), passando per i classici combattimenti casuali a turni per arrivare a particolarità tutte nipponiche come i save point spesso un po’ troppo distanti uno dall’altro. Andiamo a scoprirlo insieme.

MILLE ANNI DI SOGNI

L’avventura si svolge lungo la bellezza di quattro DVD, ed è magistralmente bilanciata tra fasi di esplorazione, combattimenti a turni, sfide con i boss e immancabili, frequentissimi ed emozionanti filmati realizzati per lo più con il motore di gioco.

Nell’epopea scaturita dalla mente di Hironobu Sakaguchi, papà di Final Fantasy e ora sotto etichetta Mistwalker, ci troveremo ai comandi di un party via via più numeroso e variegato in quanto ad abilità, carattere ed influenza nella storia. Durante lo svolgimento degli eventi saremo chiamati infatti a gestire una squadra di nove personaggi, rendendo necessaria una difficile selezione allo scopo di stabilire i cinque che prenderanno via via parte alle battaglie.

Ma parliamo proprio della trama (con i dovuti spoiler, chiaro): la storia che Lost Odyssey ci propone è mossa dal chiaro intento di venire incontro ai gusti occidentali.

Sebbene il dipanarsi degli eventi sia quanto di più classico esista, non mancano temi maturi e riferimenti più consoni alla nostra cultura a scapito di certe tematiche un po’ puerili dei tipici jRPG, pur senza rinunciare ad epicità, tradizione orientale e magia, in perfetta linea con i celebrati Final Fantasy a cui il gioco deve molto.

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL’IMMORTALITA’

A calarci nella storia un ruolo fondamentale è svolto dai vari personaggi del nostro gruppo: dall’apatico e “sazio” d’immortalità Kaim alla combattiva Seth, passando per l’insicuro Tolten e arrivando allo spettacolare Jansen, a mio avviso quello che “sarà ricordato” con affetto una volta terminata l’avventura, segno che l’ispirato Takehiko Inoue ha ancora una volta creato un character design eccezionale (e chiaramente ispirato a Vagabond, manga di grande successo in giappone).

Il colpo di genio però arriva grazie all’idea di inserire delle storie, solo testuali e accompagnate da musica e giochi di luce, scritte dal bravissimo Kiyoshi Shigematsu e utilizzate per svelare a poco a poco sotto forma di sogni gli struggenti ricordi di Kaim, proprio per aiutare il giocatore ad immedesimarsi nello sforzo di sopportare il doloroso fardello che una vita millenaria comporta.


La giocabilità del titolo oscilla tra il tradizionale (ai limiti del vecchio e stantio) e l’innovativo.
Sostanzialmente il gioco si regge sugli incontri casuali all’interno di dungeon sempre più elaborati, ma con la piacevole novità di alcuni (semplici) enigmi ben inseriti nel contesto di gioco e sempre diversi in quanto a stimoli e varietà.

Gli incontri si svolgono a turni, secondo il più classico dei cliché, ma sanno portare alcuni spunti innovativi che spingono ad evitare di skippare i duelli con i classici comandi comunque disponibili nel party.

Vediamo dunque le novità del battle system nel dettaglio: innanzitutto parliamo del “wall system“, un furbo sistema di difesa che tiene conto dei punti ferita dei personaggi in prima linea e calcola un punteggio (visibile su una barra) necessario per difendere dagli attacchi i personaggi della fila posteriore, presumibilmente maghi e quindi più deboli. Questa trovata apre al giocatore varie possibilità tattiche interessanti, realmente utili nei classici scontri con i boss, questa volta in grado davvero di impensierire i meno accorti.

Un’altra divertente innovazione, l’aim ring system, si basa sull’utilizzo di svariati anelli da impiegare negli attacchi fisici e potenziabili nell’effetto tramite un minigioco che consiste nel premere il tasto RT durante l’attacco del personaggio per poi rilasciarlo al momento della sovrapposizione di due cerchi concentrici. Per finire la caratteristica più interessante, quella gestione di abilità che crea nel giocatore scrupoloso motivo di arrovellarsi sulle migliori scelte da compiere.

Sì, perchè dovete sapere che se gli immortali guidati da Kaim non possono morire in battaglia ma all’esaurimento dei PS entrano in un sonno risolvibile in alcuni turni, di contro sono limitati nell’apprendimento delle abilità, che funzionano solo se “assorbite” dai compagni mortali, in pratica un supporto indispensabile per creare semi-dei degni di questo nome con l’avanzare dei livelli.

E proprio il livellamento si presta a lodi sperticate grazie all’intelligente trovata di far rapidamente raggiungere al giocatore un tetto massimo di punti in modo che sia dissuaso dall’ossessivo reiterarsi di combattimenti al solo scopo di diventare potentissimo e in grado di abbattere un boss in pochi colpi: in Lost Odyssey si arriva ad ogni scontro importante consapevoli che si dovrà dare il massimo.

A reggere questo complesso impianto di abilità ed apprendimenti, di anelli e bracciali magici è un primitivo sistema di crafting, che incoraggia la raccolta e ricerca di elementi in grado di forgiare oggetti sempre più letali e specializzati. Tenendo conto di queste possibilità e di una storia che dura una quarantina di ore solo per la quest principale, di certo il lavoro si Sakaguchi offre molto ai giocatori più appassionati e tenaci.

Peccato però che questo altrimenti ottimo RPG presti il fianco anche ad alcune critiche, visto che francamente gli incontri casuali nel 2008 possono risultare un po’ indigesti e dopotutto anche in Blue Dragon era possibile vedere i nemici a schermo e decidere se affrontarli o meno. Sono proprio gli incontri casuali che talvolta, nelle sezioni che richiedono vari e frequenti spostamenti per risolvere gli enigmi, diventano un po’ frustranti e finiscono per distogliere l’attenzione rovinando il divertimento dato dall’esplorazione pura.

La stesso piacere di gioco è minato anche da una caratteristica che pare immancabile in ogni jRPG: i save point piazzati a distanze siderali. Lost Odyssey è tradizionalista anche in questo senso, e richiede a chi lo affronta parecchio del suo tempo, visto che mi è capitato di poter salvare soltanto dopo un’ora e trenta di peripezie… decisamente fastidioso in certi frangenti.

GRAFICA E SONORO

Graficamente il gioco soffre purtroppo di alti e bassi. Forse l’Unreal Engine non è perfettamente adatto per questo genere di gioco, tuttavia non ci si può lamentare della resa complessiva.
Ciò che disturba nel comparto tecnico è soprattutto l’alternanza di ambientazioni riuscitissime con altre appena passabili, sia scenograficamente che sotto il profilo meramente tecnico.

Mediamente comunque la vista è appagata e nulla manca all’appello: ogni stanza è ben curata e varia, i combattimenti offrono vari piacevoli effetti, le zone ampie (frequentissime) sono bel costruite e non difettano troppo di poligoni. Anche i filmati, veri protagonisti della parte narrativa,sono realizzati per la maggior parte con il motore di gioco e risultano piacevoli e curati, puntando molto su ottime e convincenti espressioni facciali.

Notevole anche la velocità dei caricamenti, sempre un po’ invasivi a dire il vero, ma sensibilmente ridotti dopo alcuni problemi ravvisati nella versione orientale.

Se qualche critica va mossa possiamo segnalare una certa incoerenza del character design che finisce per proporre qualche personaggio non troppo riuscito (chi ha detto Cooke e Mack?)

L’audio gode di un doppiaggio italiano di alto livello come sempre più di frequente accade, anche se di tanto in tanto alcuni personaggi chiave hanno toni un po’ fuori contesto (Gongora ad esempio), mentre per gli appassionati di anime sarà facile riconoscere molte voci familiari. Tra l’altro è doveroso segnalare la presenza di moltissime tracce audio (tra le quali anche il giapponese) rese comprensibili da ottimi sottotitoli.

Una nota a parte merita l’accompagnamento sonoro, uscito dalla mente creativa del mitico Nobuo Uematsu, icona di Final Fantasy: il lavoro è realmente fuori parametro, in grado di mescolare sonorità rock a melodie sinfoniche in assoluta scioltezza.

Grazie al lavoro di questo artista è impossibile non restare coinvolti dalle situazioni di grande impatto emotivo, tutte legate insieme dal trascinante main theme e capaci di restare a lungo impresse nella mente.


COMMENTO FINALE

Lost Odyssey è un gioco della vecchia scuola di Sakaguchi che però ha il merito di osare con qualche novità nel tentativo di rinnovare un genere che forse comincia a risentire del peso della tradizione.

Pur con il suo ostinato legame alle colonne portanti dell’idea orientale di gioco di ruolo (pensiamo agli incontri casuali o ai turni in battaglia) riesce però ad ammaliare il giocatore poco avvezzo a questo stile (mi ci inserisco) e a “costringerlo” a portare a termine una storia realmente piacevole anche se mai eccezionale.

Una musica e un doppiaggio superbi, uniti alle trenta squisite storie testuali e ad una riuscita caratterizzazione dei personaggi fanno agevolmente chiudere un occhio davanti ad alcuni difetti marginali , soprattutto tecnici e concettuali (gli odiati save point su tutto).

A ciò aggiungiamo una certa piacevole difficoltà francamente stimolante per un giocatore oggi trattato troppo spesso come un incapace, ed ecco che Lost Odyssey diventa assolutamente consigliabile a tutti gli amanti dei jRPG ma anche a tutti coloro che hanno voglia di vivere una bella storia di quelle che si raccontavano una volta… diciamo ai tempi di Final Fantasy VII.

Lost Odyssey











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