Di bambini, rose e politica

Il mio amico Francesco mi fa “ma allora sto Rule of Rose?”, e io sostanzialmente gli rispondo che ne so quanto lui. Ricordo che ne avevamo parlato tempo fa, visto che c’era stato qualche problemino con la versione americana. Io però del gioco non so niente: il fatto che scriva di videogame e che dedichi



Il mio amico Francesco mi fa “ma allora sto Rule of Rose?”, e io sostanzialmente gli rispondo che ne so quanto lui. Ricordo che ne avevamo parlato tempo fa, visto che c’era stato qualche problemino con la versione americana. Io però del gioco non so niente: il fatto che scriva di videogame e che dedichi ai videogame buona parte del mio tempo libero non implica l’onniscienza. Quindi, Wikipedia alla mano, scopro che Rule of Rose è un survival horror strano forte, e con contenuti non esattamente ordinari. E’ la storia di un orfanotrofio in cui un gruppo di adolescenti ha stabilito una società classista che sembra una parodia delle società degli adulti; la protagonista del gioco deve sopravvivere a questo mondo, districandosi tra demoni e mostruosità varie. In pratica: Il Signore delle Mosche con elementi lesbo-soft.

Come forse già sapete, intorno al gioco si è scatenato l’inferno: dichiarazioni indignate di Luca Volontè, Walter Veltroni e Anna Serafini che si aggiungono alle dichiarazioni di Fioroni su Bully.

In questo momento dentro di me c’è una guerra esistenziale in corso. Non sono necessariamente contrario ad un controllo più stretto sui videogiochi violenti. Nel senso: se GTA contiene temi adulti, mi sembra giusto che si faccia in modo che i minorenni non possano giocarlo [intendiamoci: io non credo che GTA contenga cose dannose per ragazzini di 15-16 anni, ma non credo di poter giudicare in prima persona; sta a i genitori farlo, visto che si parla di minorenni]. Mi chiedo comunque se i videogiochi siano davvero la fonte di violenza e di gore più accessibile per i minori: la televisione offre programmi non certo timidi a orario di cena, e molte delle dinamiche dei reality show e persino di certi quiz a premi hanno una certa ferocia sottesa che dice della nostra società molto meglio di quanto non sappiano fare i videogame. Col tempo poi, mi sono fatto una certa idea dei gusti dei ragazzini e li vedo molto poco interessati a cose come Bully o Rule of Rose e più attratti da roba più pirotecnica e da franchise proveniente da serie tv e film d’animazione (e le vendite di giochi in italia confermano bene o male le mie sensazioni).

Da qui però a invocare leggi restrittive sui giochi violenti, ce ne passa. Sono un libertario: quando penso a questo genere di cose, mi viene un brivido lungo la schiena. In particolare se tutto il casino nasce da un articolo di Panorama malscritto e maldocumentato: la premessa del tutto è che qualsiasi cosa presente in un videogioco sia concepita per indottrinare gli adolescenti. Ad esempio vengono citati Mafia e Yakuza, due giochi che ci vedono nei panni di criminali: mai sentito nessuno dire che il Padrino di Francis Ford Coppola istiga a diventare mafiosi.
Notare che l’autore dell’articolo sembra completamente all’oscuro dell’esistenza di un sistema di rating europeo dei contenuti (il PEGI) il cui scopo è monitorare i contenuti dei videogiochi e giudicare a quali età sono adatti: i giochi violenti sono giochi vietati ai minori.

Non servono leggi complicate: basta assicurarsi che i genitori siano informati dell’esistenza del rating e che la grande distribuzione effettui un controllo più attento su quello che vende ai minorenni. Soluzione semplice e pulita, che non richiede dichiarazioni altisonanti e inviti alla censura.

Ah, dimenticavo: il mio amico Francesco mi ha detto che si è incuriosito e che Rule of Rose probabilmente se lo scaricherà per dare un’occhiata. Non temete, comunque: è maggiorenne.

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