Journey: la recensione

Gameblog recensisce per voi l’attesissimo Journey, ultima fatica sviluppata dalla talentuosa thatgamecompany

Qualcuno diceva che il tempo è relativo, e forse non aveva tutti i torti. Dal canto nostro, tante scadenze, magari lunghe, ci sono sembrate cortissime. Al tempo stesso, ci pare trascorsa un’infinità da quando, occhi sognanti, guardavamo alle prime immagini di Journey. Non avevamo idea alcuna di dove Jenova Chen ed il suo team volessero andare a parare, eppure eravamo lì, scossi ed impazienti.

Alla fine il gioco è arrivato, e tutte le speranze e i desideri si sono definitivamente dissolti. Non è più tempo di immaginare come Journey potesse essere. Adesso è il momento di comprendere cosa in realtà questo progetto sia, dove voglia condurci e perché voglia farlo. D’altra parte è evidente che quest’ultima fatica targata thagamecompany intenda portarci da qualche parte, diversamente non si chiamerebbe Journey (viaggio).

Leggendo la recensione spero simpatizziate con la nostra inadeguatezza nel riuscire a descrivere un viaggio che, in fin dei conti, non può essere raccontato. Cercheremo di portarvi con noi in quell’abisso in cui siamo scesi e di cui abbiamo già nostalgia. Perché questo, signori – lo diciamo all’inizio – è uno di quei titoli che segnano un’epoca. Giocatelo e sarete anche voi nella storia.

Non vi tedieremo con articolate considerazioni tese a fare le pulci a questo meraviglioso titolo. Journey è un’opera che fugge i canoni e che quindi esige un trattamento ben diverso rispetto ad altri videogiochi. E’ poesia in movimento, sono domande che prendono vita e alle quali si cerca di rispondere in quello che forse è il miglior modo possibile per l’uomo, ossia facendo ricorso alla fantasia.

A noi viene concesso di accompagnare questa misteriosa creatura durante la sua missione, che è sostanzialmente quella di raggiungere la cima di un monte. Ma la meta è tutt’al più il traguardo, poiché il vero obiettivo è un altro. Per carpirne la portata e l’intensità bisogna totalmente donarsi al cammino che noi ed il nostro alter-ego virtuale dobbiamo compiere, isolandoci da tutto il resto.

E’ in questo atteggiamento di profonda e totale devozione ad un percorso apparentemente senza senso che giace la spropositata ricchezza di Journey. Roba che a raccontarla non ci si crede, così come non ci credereste se vi dicessimo che con i nostri stessi occhi abbiamo visto volare degli asini. Immergetevi in quest’avventura, scevri del vostro buon senso videoludico, e cercate di andare oltre il comune concetto di videogioco. Il vostro impegno sarà lautamente ricompensato.


MINIMALISMO

Carattere distintivo di tutte e tre le opere di questa compagnia di sviluppo è certamente dato dal loro strenuo attaccamento ad un certo minimalismo. Lo abbiamo visto in flOw, nonché nel suo spirituale successore Flower, entrambi due tra i titoli più ispirati dell’attuale generazione. HUD totalmente assente, nessuna scritta o dicitura a specificare alcunché – se non all’inizio, giusto per farci capire come muoverci.

Una giocabilità ridotta all’osso, in cui si tratta solo di premere due tasti per compiere altrettante azioni, oltre a quello analogico per muoverci ed ad un lieve ricorso al sistema giroscopico per gestire la visuale. Le stesse lande all’interno delle quali ci muoviamo sono spoglie, ma non per questo meno evocative. Un’ambientazione onirica, fatta di colori, di suoni e rovine. Rovine di un mondo che non esiste e che forse non è mai esistito. Ma questo non c’interessa, perché il nostro scopo è quello di imparare attraverso di esse, senza permettere che quest’ultime ci vincolino.

Un po’ come succede nella realtà, dove spesso certi monumenti vengono incensati o, viceversa, ignorati solo perché ci si ferma alla loro materialità. Anche un sasso può essere fonte di antichissimi ricordi, sepolti sotto le macerie del tempo. Così è il mondo di Journey, dove regna il silenzio e dove quindi tutto ci parla. Se vogliamo, un’ode alla natura, che non viene divinizzata ma su cui viene impresso un carattere divino, secondo quanto secoli addietro aveva scoperto probabilmente per primo un certo poverello d’Assisi, tale San Francesco.

Perché riappropriarsi di questa inclinazione al silenzio, alla capacità di saper ascoltare è forse la condizione indispensabile per poter apprezzare l’opera di Chen e soci. Un viaggio che brilla per tutto ciò che non viene detto, anziché il contrario.

COLORI

Esatto. Che dire della sontuosità artistica di Journey? Un tripudio di colori che segue scrupolosamente delle precise tonalità (rosso e arancione per buona parte del gioco), senza creare alcuno shock alla vista. L’armonia di ciò che vediamo su schermo sembra quasi essere un dato acquisito, così come riusciamo a scorgere un suggestivo paesaggio vergine da ogni traccia di modernità. Un posto che suscita sensazioni contrastanti, in un mix di opposti che scuote all’inverosimile.

Passiamo dal buio alla luce, dal gelo all’afa, dallo spazio aperto a quello chiuso e quant’altro. Il tutto sintetizzato con una padronanza del mezzo che lascia davvero basiti. Tre ore o giù di lì per portare a termine la prima, indimenticabile escursione. Il tutto sapientemente integrato ad una colonna sonora decisamente azzeccata, fatta di brani originali di pregevole fattura.

Scorci mozzafiato e una cura minuziosa nella creazione di ambienti surreali completano, seppure non del tutto, ciò che genera uno stupore a cui pressoché mai abbiamo avuto modo di assistere nella storia di questo mezzo.


COMMENTO FINALE

Journey non è come quella cotta del tutto inattesa, ma rimane pur sempre un gran colpo di fulmine. L’amorevole e umile dedizione con la quale abbiamo tentato il nostro approccio, unito ad un malcelato accenno di gratitudine per chi ha composto questo spartito di suoni, immagini e colori, non ci consentono le mezze misure. L’ultimo capolavoro targato thatgamecompany va giocato e, se possibile, profondamente apprezzato. Ma anche solo evitarlo sarebbe un delitto videoludico di cui nessun giocatore, a prescindere dall’appartenenza, dovrebbe macchiarsi.

Se e quando un giorno ai videogiochi verrà riconosciuto dai più un qualsivoglia valore artistico, saremo per forza di cose costretti a guardarci indietro e riconoscere qualche merito anche a Jenova Chen e tutta la squadra di sviluppo che ha dato vita a Journey. Se pittura, scultura e fotografia rappresentano una sorta di Arte statica; se il cinema è il maggior esponente dell’Arte in movimento; titoli come questo ci legittimano nell’affermare che un giorno non troppo lontano potremo forse parlare dei videogiochi come di Arte interattiva.

E si faccia attenzione nel ricevere quanto appena considerato, dato che non è il carattere prettamente visivo a fare la differenza, come si sarebbe portati sbrigativamente a pensare. Perché Journey, al pari di tanti affreschi, sculture, foto e film, crea senso. Eleva, nei limiti di quanto la nostra natura corrotta ci impone. Ma lo fa, e per riuscirci gli è bastato alzare lo sguardo al cielo prima di guardarsi intorno.

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