Xbox Game Pass sarebbe rimasto attorno ai 30 milioni di abbonati, secondo una fonte citata dal Wall Street Journal, un dato che emerge negli Stati Uniti a pochi mesi dai rincari del servizio e che, se confermato, riaprirebbe il nodo sulla crescita dell’offerta in abbonamento di Microsoft e sulla tenuta della sua strategia nel mercato dei videogiochi.
Xbox Game Pass, il dato dei 30 milioni e il confronto con Microsoft
Il punto, per ora, è tutto qui: una fonte del Wall Street Journal sostiene che Xbox Game Pass sia ancora fermo a circa 30 milioni di iscritti, dunque sotto l’ultimo numero comunicato pubblicamente da Microsoft. All’inizio del 2024, infatti, la società di Redmond aveva parlato di 34 milioni di sottoscrizioni; non è però del tutto chiaro, nei vari aggiornamenti diffusi nel tempo, se il perimetro considerato fosse identico in ogni occasione, tema non secondario quando si leggono i numeri degli abbonamenti.
La distanza tra 30 e 34 milioni non è solo contabile. In un mercato che misura la sua forza soprattutto sulla crescita costante della base utenti, un dato stabile — o in calo, appena dopo un aumento dei prezzi — avrebbe un peso diverso da quello di una semplice frenata. Eppure, da parte di Microsoft, almeno finora, non sono arrivati nuovi numeri ufficiali che consentano di chiarire il quadro.
I rincari, le perdite di utenti e le parole di Matthew Ball
A rendere più delicata la lettura c’è un’altra indicazione, questa volta arrivata da Matthew Ball, strategist e analista molto seguito nel settore, che ha parlato del servizio dopo i recenti aumenti di prezzo. Secondo quanto riferito, il Chief Strategy Officer ha detto che Game Pass “ha perso milioni di abbonati” dopo il ritocco delle tariffe: una frase secca, quasi brutale, che però non è stata accompagnata da un dato pubblico aggiornato, né da una replica dettagliata della società.
Il passaggio conta perché i rincari, nel modello degli abbonamenti, servono di solito a migliorare i ricavi medi per utente senza compromettere troppo la base clienti. Se invece il saldo finale fosse negativo, allora la questione cambierebbe: non più solo un aggiustamento commerciale, ma un possibile segnale di saturazione. In quel momento, tra l’altro, pesano anche altri fattori — dal catalogo percepito come meno forte in alcune finestre dell’anno alla concorrenza di PlayStation, Nintendo e del gioco su PC senza abbonamento.
L’obiettivo dei 77 milioni entro il 2026 resta lontano
Il confronto più duro arriva dai documenti emersi durante il procedimento legale sull’acquisizione di Activision Blizzard. In quelle carte, citate più volte nel dibattito industriale degli ultimi mesi, Microsoft prevedeva di raggiungere 77 milioni di abbonati entro il 2026. Era una stima interna, non un impegno formale verso il mercato, ma fotografava comunque l’ambizione del gruppo: fare di Game Pass un perno della propria presenza nel gaming.
Se oggi il servizio fosse davvero attorno ai 30 milioni, il divario rispetto a quell’obiettivo sarebbe ampio. Non impossibile da colmare, certo, ma difficile da ridurre in tempi brevi senza una nuova accelerazione. Servirebbero uscite forti, continuità nel catalogo, una comunicazione più chiara sul valore del prodotto e, forse, una struttura dei piani meno frammentata. Solo allora si potrebbe capire se il rallentamento è congiunturale oppure più profondo.
La scommessa di Microsoft tra Game Pass e strategia multipiattaforma
Il tema si allarga, inevitabilmente, alla linea seguita da Xbox negli ultimi anni: Game Pass, pubblicazione multipiattaforma, allargamento del portafoglio di studi e contenuti dopo l’operazione Activision Blizzard. In teoria, un ecosistema più aperto e più ricco; nella pratica, almeno secondo alcune valutazioni circolate nel settore, una crescita inferiore alle aspettative. È in questo quadro che vengono lette anche le parole attribuite ad Asha Sharma, manager di Microsoft, secondo cui per crescere l’azienda ha puntato proprio su abbonamento, uscite su più piattaforme e un’offerta più ampia, ma con risultati non allineati al ritmo previsto.
La frase, riportata in questi termini, è netta: le iniziative “hanno generato valore significativo, ma non sono cresciute al ritmo che ci aspettavamo”. Tradotto: la strategia non è stata sterile, però non ha prodotto quell’espansione capace di cambiare davvero gli equilibri del mercato. È una differenza sottile, ma decisiva. Perché da un lato Microsoft Gaming continua ad avere risorse, marchi e infrastrutture per restare centrale; dall’altro, i numeri di Xbox Game Pass sono diventati il test più visibile della sua scommessa.
Nei prossimi mesi saranno soprattutto i dati a parlare, più delle formule. Un aggiornamento ufficiale sugli abbonati Game Pass, magari insieme ai ricavi e all’impatto dei nuovi lanci, aiuterebbe a capire se il servizio sia entrato in una fase di maturità oppure stia semplicemente attraversando una correzione. Per ora resta un fatto: il modello che doveva trainare la crescita di Xbox è sotto osservazione, e a Redmond lo sanno bene.